fino al 13 giu

Hopper è jazz. I suoi spunti di Luce mi ricordano gli spioventi acuti del piano di Lennie Tristano, un jazzista cieco della New York anni ’50. Entrambi non dipingevano ciò che vedevano, ma ciò che sapevano, e questo ha fatto la differenza. Hopper ha colorato le note del realismo americano. Attraverso la sua luce densa, materica, quasi commovente, ci svela il lato oscuro della modernità. Un forte senso dell'immanente sospeso, una poetica dell'apparenza troppo lirica per essere piattamente realista e troppo reale per abbandonarsi a qualunque forma di effetto che non sia la pura magia dei fatti. Come nelle note di Tristano, l’immediatezza musicale va mediata dall’interazione uditiva, così l’artista lascia a chi guarda l’interpretazione degli sguardi, degli spazi, delle luce. Del silenzio. Ritroverete in quei dipinti il senso della poesia metafisica, dell’attesa, l’enigma delle scene semi deserte, personaggi avvolti in un velo di silenziosa inquietudine, proprio come silenziosa e inquieta, fu la vita dell’artista americano. Al Museo Fondazione Roma c’è tutto: il jazz, la passante parigina, l'operaio, il dandy seduto al caffè. Un'esplorazione che ci rende protagonisti, ci fa entrare nell'opera, diventare parte integrante del quadro.
articolo di Giorgio Riccardi

più bozze e disegni che quadri, mostra cmq da vedere, “Soir Blue” merita il biglietto.
teknik
il Febbraio 15, 2010 alle 4:27 pm